Guardando al futuro, ben si comprende quanto la crescita delle spese negli armamenti che pongono i molteplici conflitti e contrasti
esistenti nelle varie parti del Mondo, variamente sopiti, ma pronti a riesplodere, stia differendo, irresponsabilmente, la possibilità di cogliere i tanti vantaggi a portata di mano che può assicurare un uguale incremento di quelle nella ricerca delle condizioni di
maggior benessere dell'uomo e dell'ecosistema in cui vive.
Lo dicono numerosi studi, tra i quali, nello specifico campo della salute, le ultime valutazioni dell'Organizzazione Mondiale della Sanità, per cui l'investimento globale nel settore sta riducendosi, mentre aumentano gli esborsi per potenziare la difesa militare.
Con ciò favorendo, nei tempi più ravvicinati, il progresso scientifico e tecnico delle conoscenze che sono al diretto servizio di quest'ultima e penalizzando il trend di quelle che non lo sono.
Dunque, con il rischio di rallentare, tra i vari avanzamenti, quello negli studi della biotecnologia e della genetica, che stanno aprendo prospettive straordinarie nei comparti agricolo, della trasformazione delle risorse materiali ed energetiche, della gestione dell'ambiente, degli ecosistemi e altro, in primis, della tutela delle condizioni fisiche dell'uomo.
Una miopia imperdonabile, perché sono sviluppi che consentono, nel loro insieme, di immaginare e realizzare un sistema economico più efficiente, il cui funzionamento sia strutturato in forme simili a quello naturale.
Bilanciando, quindi, tutte le azioni, eliminando o riducendo sprechi, rifiuti, effetti secondari negativi e attuando, in tal modo, l'obiettivo che si prefigge di conseguire l'economia circolare. Minimizzando, pertanto, direbbero i termodinamici, il degrado delle risorse e la produzione di entropia.
Potendo costituire, così, un sistema produttivo, ma anche economico e sociale, sempre più efficace e organizzato. Un traguardo, tuttavia, verso il quale non stiamo andando, stante la crisi in cui versano gli organismi di intermediazione internazionale e con essi il multilateralismo.
Dunque, in sintesi, stiamo assistendo a un'inversione delle priorità.
A un rovesciamento improvvido di valori, determinato dall'irriducibile volontà di prevalere ad ogni costo, soprattutto nelle ostilità. A un accanimento caparbio di cui Voltaire (Francois-Marie Arouet, 1694-1778) ritiene responsabili le élite che gestiscono la politica, da Lui considerata come il mezzo con cui persone senza morale comandano su persone senza memoria. Una costante perversa della storia che rinvia la collaborazione e mette ora colpevolmente in second'ordine lo studio delle scienze e delle tecniche del vivente, quindi, l'uomo stesso.
Un sapere che potrebbe risolvere le questioni e che potremmo acquisire più rapidamente e facilmente, per ottenere il quale è necessaria, però, la massima collaborazione e l'impegno di tutti, ponendo a fattore comune ogni possibile capacità. Uno scibile tecnico che raddoppia, ormai, in manciate di anni e, in tempi non lontani, di mesi, che consentirà all'umanità di aggiornare e adeguare progressivamente il suo operare.
Rendendolo in tal modo compatibile con l'ambiente naturale, conoscendone sempre di più le leggi comprendendo la necessità e il vantaggio di rispettarle. Chiudendo, così, il cerchio, con l'uomo che torna ad essere una componente che vive ed opera in equilibrio con l'ecosistema e nella società che egli compone e costruisce.
Una comunità dove l'incessante digitalizzazione di ogni attività incrementa la diffusione dell'informazione, ossia della conoscenza, in cui cresce e prevale, pertanto, la componente immateriale della vita, dando alla collettività gli strumenti per vincere la sfida che ha lanciato al Pianeta. Sin dagli esordi, quando l'homo erectus ha imparato a sprigionare e usare il fuoco mezzo milione di anni fa.
Di qui la contrapposizione tra uomo e ambiente, di cui il primo solo recentemente si sta rendendo pienamente conto, mentre la tolleranza del secondo ha raggiunto il limite. Effetto dello smisurato carico sul Pianeta della specie umana, il cui numero si è moltiplicato per 1.000 negli ultimi 10.000 anni, dai pochi milioni dell'epoca pre-agricola, agli 8 miliardi raggiunti nel 2022, al valore, considerato asintotico, di 10 o più a fine secolo (Figura 1).
Un peso ingigantito ulteriormente dal fatto che ogni individuo consuma ora mediamente circa 100 volte più risorse, in termini equivalenti di energia, di quante ne richiedeva inizialmente. Dunque, un'umanità che sta proseguendo, con la sua crescita numerica, quella dei consumi e pure di civiltà. Anche se questa è ancora bassa, come mostrano gli efferati accadimenti tuttora in corso.
VERSO UNA SOCIETÀ INFOBIOLOGICA
La storia ci dice, tuttavia, che il progresso civile continuerà, emancipando sempre di più l'uomo, specie nei Paesi con economia in fase di transizione e sviluppo. Ponendo, quindi, una domanda crescente di energia e materiali, che reca nuove istanze di possesso, che la geopolitica stenta a governare (Figura 2). Tutto questo mette a dura prova la capacità del Pianeta di svilupparsi sostenibilmente, ovvero senza compromettere il diritto delle generazioni future di soddisfare i loro bisogni quanto le precedenti.
Dato che, per garantire in prospettiva a tutti un livello di vita sicuro, dignitoso e decente, occorrerà produrre e utilizzare una quantità enorme di risorse, con soluzioni dematerializzanti ad altissima efficienza, minimizzando il consumo delle energie fossili e facendo il massimo ricorso possibile a quelle alternative (rinnovabili e nucleare).
Di qui la profonda trasformazione in atto, alla ricerca di nuovi equilibri, indotta e accelerata dai tanti spettri che da sempre atterriscono e condizionano l'uomo: la fame, la sicurezza, la salute, con la potenziale insorgenza di epidemie e nuove pandemie, ai quali si aggiungono quelli della grave compromissione dell'ambiente e dell'incombente certezza del riscaldamento globale.
Un'evoluzione che sta avvenendo con incredibile rapidità per effetto del cambiamento intimo che sta subendo la natura stessa del consorzio umano.
Una collettività servita da macchine e apparati sempre più digitalizzati, informatizzati e connessi a reti telematiche, che utilizza le risorse materiali con una crescente intelligenza, supportata dall'aumento esponenziale delle sue forme artificiali.
Una società mutatasi da tempo in quella dell'informazione, che ha la possibilità, come detto inizialmente, a portata di mano, di integrarsi e avvalersi del positivo, continuo sviluppo delle scienze della vita e dell'informatica dei sistemi biologici. Ovvero delle conoscenze e degli strumenti bioinformatici che consentono di studiare e apprezzare i fenomeni biologici a livello molecolare
con metodi informatici.
A tal fine, facendo leva e sinergizzando gli avanzamenti in campo biologico, informatico, della matematica applicata, della statistica, della biochimica e altro.
Avvicinando la soluzione dei relativi problemi e travalicando i limiti che condizionano la società post-industriale e il suo sviluppo economico e sociale, sin qui rozzamente basato sulla combustione dei fossili.
Aprendo, così, nuovi orizzonti di crescita che si esprimono nel progresso della civiltà, con la società dell'informazione che si converte in infobiologica.
Un grande passo avanti e una grave colpa rallentarlo. Se si pensa che la posta in gioco è la possibilità di conoscere e memorizzare in modo sostanzialmente immateriale tutto quanto serve per elaborare fisicamente le risorse e disfare i manufatti, con i cui materiali e componenti ricostruire in tempi rapidi prodotti migliori, secondo i bisogni, nel contesto dell'auspicata economia circolare.
Ne deriva un'evoluzione precisa, efficace, adattativa, non aleatoria e, soprattutto, veloce, considerato che per conseguire lo stesso risultato, ovvero decomporre e ottimizzare la ricrescita, la natura è molto più lenta, dovendo memorizzare l'evoluzione passata nel suo DNA e tradurla in molecole, organi e funzioni.
Ma, se tale è l'entità del vantaggio che abbiamo alle porte, la dimensione del prezzo da pagare non appare purtroppo inferiore.
Visto che la conoscenza a questi scopi richiesta tende a concentrarsi in élite sempre più ristrette. Gruppi che la detengono con grande cura e puntiglio e sono restie a condividerla, più o meno giustificatamente, per trarne profitto, incrementando a concentrazione della ricchezza e la disuguaglianza sociale.
BIOENERGIA: PROSPETTIVE E VALENZE
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